FIDAL
 Federazione Italiana
 di Atletica Leggera


1970     2012


CONI
 Comitato Olimpico Nazionale Italiano

Vi racconto il
Trofeo Alasport...
 

Vanni Loriga   [email protected]

 

Il grande Concerto di Alà dei Sardi

 

Una antica consuetudine con la Matematica, una certa inclinazione verso la Numerologia, una costante fruizione dei dati forniti dalla Statistica, una quasi ottuagenaria frequentazione del mondo dell’Atletica m’ inducono a formulare un giudizio sulle migliori corse campestri organizzate nel mondo e mi consentono di stilare una personalissima classifica di merito, che tenga conto anche di fattori trascendentali, che cioè vanno al di là delle rigorose misurazioni.

Parto comunque dalle cifre statistiche.

I numeri forniti dalla “Bibbia”, cioè dalla internazionale ARSS (Association of road  racing staticians) ed aggiornati al 29 dicembre 2011 confermano una graduatoria già ben consolidata. Le manifestazioni internazionali di cross (senza considerare i Campionati Mondiali della IAAF e quelli nazionali kenioti)  che si presentano ai primi  posti sono:

- 5 Mulini edizione 1991   con punti 995;

- Trofeo Alasport 1993      con punti 990;

- KCB di Nairobi 2011      con punti 970;

- Event Scotland 2000       con punti 969;

- Italica Siviglia 1994        con punti 962;

- Zamudio Bilbao 1992     con punti 961

- Nairobi 2000                   con punti 961

- Edimburgo 2005             con punti 956

(seguono altri, fra cui il “Campaccio Classica 2003” con punti 931)

 

Preso atto che Alà è “già alta sul podio” della aristocrazia organizzativa, passo a valutare altri parametri.

Quante delle Società che organizzano queste grandi manifestazioni praticano anche costante attività giovanile? Quante  di loro hanno vinto le finali nazionali dei Giochi della Gioventù? Quante, tanto per ampliare il campo di esame, impiegano attualmente come tecnici coloro che da ragazzi praticavano la corsa campestre? Quanti di questi organizzatori hanno avuto il coraggio di ospitare centinaia di atleti provenienti da tutto il mondo, senza avere alcuna disponibilità alberghiera?  In quanti luoghi ci si raduna ogni giorno per il rito non solo laico dell’Allenamento?

La risposta  a tutti questi quesiti restringe il campo dei pretendenti al titolo di “Club  organizzatore eponimo ” ad un solo nome: SS Alasport di Alà dei Sardi.

Se ho usato l’aggettivo “eponimo” è perché agli Alaesi non può essere ignoto il significato etimologico  della parola, considerato che il successo della loro manifestazione sportiva ha un promotore laureato in Lettere, il notissimo professor Antonello Baltolu.

Antonello da sempre ama l’atletica. In gioventù la ha anche praticata, discreto saltatore in lungo nei Campionati Studenteschi con la misura di 6.10. Consegniamo  alla storia anche il nome del suo allenatore, il professor Giovanni Canu da Pattada.

L’attività di attivista dello sport coincide con il varo dei Giochi della Gioventù lanciati dal CONI nel 1969. Da allora sono trascorsi 43 anni e la macchina dell’entusiasmo non si è mai fermata. Con Baltolu si è mossa in sintonia molta parte della popolazione locale: perché da solo uno può magari fare il Direttore d’orchestra ma se non ci sono gli altri ad interagire  non si avrà mai un bel concerto.

Come ho appena accennato è stato corale ed eccezionale il concorso di tutta la comunità.

Il  Trofeo Alasport e le attività ad esse legate hanno portato  il Paese in testa alle graduatorie di merito: per cui Alà dei Sardi, la famosa Ala Romanorum, potrebbe vantarsi di essere il Comune più sportivo d’Italia.

Avendo compreso che per rinnovare se stessi è importantissimo confrontarsi, giorno dopo giorno, con le nuove generazioni. Questo era il grande messaggio dei Giochi della Gioventù. Qualcuno in alto loco decise che probabilmente non servivano più; qualcun altro ha invece capito che questo è il seme  della vita e del progresso. Lavorate con i giovani e diventerete adulti senza mai invecchiare.

 

Vanni Lòriga

 

Gallura: dura come il granito, inaffondabile come il sughero.

Incantato scenario del cross di Alà che compie 35 anni

di Vanni Lòriga

Tutti i Sardi che hanno vissuto a lungo in Continente come emigranti (o deportati?) nutrono una struggente nostalgia della Terra natale. Chi scrive ha trascorso (sinora) ottantuno ottantaquattresimi (81/84) della propria esistenza lontano dalla Gallura, dalla sub-regione sarda nella quale affondano le radici della sua famiglia, i Loriga-Selis (ramo paterno) e i Careddu-Careddu (ramo materno) registrati negli archivi parrocchiali di Luras sin dalla metà del XVII secolo. Con il trascorrere degli anni aumenta, anziché diminuire, quel “cor di nostalgia” di cui parlano i poeti quando citano la nostra plaga, quello “stato psicologico di tristezza e di rimpianto per la lontananza dai luoghi cari” che dai francesi viene definito mal du pays e dai tedeschi Heimweh. Ci si potrà chiedere come si possa avere ricordo e rimpianto di località abbandonate all’età di tre anni ma forse questa saudade mi fu instillata da mamma che, nelle calde e talora torride estati torinesi, sospirava“…sa sindria ‘e bhidda!!!” Nel dirmi Gallurese mi sono però spesso domandato cosa propriamente si intenda per Gallura.

Definizione geografica

Geograficamente parlando si tratta “della zona nord-orientale della Sardegna, definita ad occidente dal basso Coghinas e dall’omonimo Lago artificiale; a sud dalle pendici meridionali del Limbara ed a nord-est dalla cosiddetta Costa Smeralda”. Ma risulta evidente che in questo quadrilatero non sono incluse località di cui più avanti parleremo.

Definizione storica

Bisogna rifarsi ai Giudicati ed anche in questo caso constatiamo che centri come Buddusò ed Alà dei Sardi appartennero a lungo al Giudicato di Torres. Soltanto nel 1259 e con la morte di Adelasia anche Anglona e Montacuto furono “galluresi”, proprio nel periodo in cui Giudice fu Ugolino Visconti, il “Nino Gentil” amico di Dante. Che di lui raccoglie, incontrandolo nel Purgatorio, il lamento preoccupato perchè a sua figlia Giovanna “ non le farà si bella sepoltura la vipera che Melanesi accampa come avria fatto il Gallo di Gallura…” Faccende fra i Visconti di differente ceppo su cui non ritengo utile dilungarmi, anche perché mi pare che al riguardo tutto abbia già detto proprio Padre Dante. Breve è comunque il periodo in cui Nino Gentil regna anche sui territori di Buddusò ed Alà e bisogna attendere sino ai giorni nostri perché con la nuova Provincia di Olbia-Tempio si abbia la definitiva (?) subregione Gallura. Che peraltro non ha neanche unità linguistica (si va dal gallurese, peraltro sovrapposto, alle varianti del logudorese, compresa la parlata lurisinca che apparterrebbe al “registro” cosiddetto illustre). Ed allora, tornando al quesito iniziale, cosa ci rende Galluresi?

La terra del granito e delle sughere

Penso che, dopo tante domande, la risposta sia di elementare facilità: sicuramente la nostra spina dorsale è costituita dal granito e la nostra epidermide dalle sughere. E’ infatti noto che la Regione Sardegna ha istituito il “Distretto del Granito” in cui ci siamo tutti noi, dal “rosa” al “ghiandone”, al “grigio perla”. Perciò eccoci in perfetta sintonia, da Tempio a Buddusò, da Luras ad Alà. Ed anche il sughero ci unisce, con tutti che guardano a Calangianus, praticamente la capitale di chi estrae, lavora, valorizza il tessuto cutaneo del Quercus suber. Ed è molto bello che la roccia più dura, tenace e salda, indicata come simbolo di carattere e di fede impossibili da piegare, sia strettamente imparentata con il prodotto vegetale dal peso specifico minore, praticamente inaffondabile. Allora questa è la Gallura e questo sono i Galluresi: forti e capaci di galleggiare anche nei mari più tempestosi.

Regno della musica e del grande sport

In questo quadrilatero irregolare e dai bordi molto frastagliati non sono mancate e continuano a non mancare testimonianze di alto livello artistico e creativo. Non dimentichiamoci, per restare nelle epoche a noi più vicine, delle virtù canore di Giulietta Simionato (la mamma era una Truddaiu di Bortigiadas); di Giovanni Manurita ; di Bernardo Demuro: di Gavino Gabriel, uno dei “Galli di Gallura” cari a D’Annunzio. E con un altro Gabriel (esattamente Peter) si apre l’elenco di coloro che hanno scelto la nostra terra come seconda e definitiva patria, in testa a tutti Fabrizio De Andrè. Infine uno speciale riconoscimento va assolutatamente attribuito al Festival Jazz di Berchidda di Paolo Fresu. Saltando dalla musica allo sport l’elenco di uomini e cose da ricordare si dilata. L’onore delle armi va reso, in campo individuale, ad Andrea De Gortes, detto Aceto, il vero re del Palio di Siena. Vive in Toscana ma non ha dimenticato Olbia, la città che gli ha dato i natali e che annovera, fra i suoi campioni storici, il pugile Amedeo Dejana. Fu fortissimo ; si battè alla pari anche con Marcel Cerdan con cui in seguito avrebbe girato il film di Monicelli “Al diavolo la celebrità”. Fu lui che avviò allo sport un giovanissimo Duilio Loi, quando entrambi vivevano a Genova. Risalendo verso nord si raggiunge la Costa Smeralda, che per lo sport della vela è diventata un punto centrale di riferimento e non soltanto per aver fatto conoscere al mondo, con il suo Yacht Club, i prodigi di “Azzurra”. Ed intanto siamo arrivati all’Isola della Maddalena. Il vero baricentro del Mediterraneo e che potrebbe e dovrebbe ospitare, in un prossimo futuro, il Centro di Preparazione Olimpica della Federazione Italiana Vela. La Maddalena ci porta inevitabilmente a parlare di una sua Polisportiva, l’ILVA, che fu fra le prime società sportive della Gallura. Precisiamo che non si tratta di una sigla ( era invece l’antico nome dell’Isola dell’Ammiragliato) e che si fece onore nel calcio sin dal 1903. Nel 1905 si parlava già del FBC Calangianus, che aveva anche un bella squadra di sollevamento pesi (il “Limbara” che vinse titoli regionali con Sebastiano Cossu); si registrava attività a Tempio con le Società “Gallura” e “In Alto”; risultava attiva la “Terranovese”, poi “Olbia”, che vantava anche una sezione femminile di ginnastica.

La corsa della speranza e della volontà

Siamo risaliti a vicende talvolta ultrasecolari per ricordare che la Gallura è sempre stata attivissima e multiforme nel suo contatto con lo sport. Ed in una rievocazione così gratificante trova una sua importante collocazione proprio il “Trofeo AlaSport”, gara internazionale di corsa campestre che celebra ora la sua trentacinquesima edizione. La manifestazione nacque come dimostrazione di buona volontà e di fiducia nel futuro: si trattava infatti della finale provinciale dei Giochi della Gioventù di cross. Venne organizzata su un territorio vergine a queste iniziative e che invece affrontò con il massimo calore la inedita sfida. Nel tessuto antico, e ormai collaudato anche da manifestazioni a livello internazionale, gli Alaesi lanciarono una formula produttiva certamente non ignota, ma che il più delle volte ha donato modestissimi risultati. E riuscirono a realizzare quel sogno che i Napoletani indicano come la capacità di riuscire “ a friggere il pesce senza avere l’olio e, talvolta, neanche il pesce…” Ovviamente, tanto per non abbandonare il paragone culinario, il primo lubrificante fu il famoso “olio di gomito”. E ce lo mise senza risparmio tutta la comunità. Si creò nel segno della “partecipazione” una struttura, non certo gerarchica ma dall’efficienza di tipo industriale, che provvide a garantire Logistica (trasporti, alloggi, alimentazione, rifornimenti); Struttura tecnico-organizzativa (istituzione di una segretaria di gara,scelta e segnatura del percorso, controllo del medesimo; Cerimoniale (accoglienza di autorità , atleti e spettatori, premiazioni); Terzo Tempo, che ha fatto sempre arrossire gli antesignani del rugby per quantità e qualità di vivande fornite nel corso del cosiddetto “spuntino” a cui ma è mancata la benedizione etilica di vari tipi e gradazioni e l’accompagnamento musicale. Il tutto è stato miscelato con il massimo entusiasmo partecipativo; esaltato dall’alto e sempre crescente contenuto tecnico (fra i partecipanti anche 15 campioni olimpici ed oltre quaranta campioni mondiali ed europei) della Manifestazione che dalla sua 12^ edizione ha avuto la consacrazione del Trofeo assegnato dal Presidente della Repubblica; propagandato nel mondo non soltanto dalla copertura tele-radio- giornalistica ma soprattutto dalle testimonianze di coloro che ad Alà sono stati presenti anche un sola volta. Si è ottenuto “un prodotto” che ha portato il Trofeo alle primissime posizioni nelle graduatorie mondiali di tutti i tempi e tutto questo mentre il Paese di Montagna continuava in silenzio il suo lavoro nel campo dell’atletica di base, sempre protagonista sia a livello regionale che nel massimo appuntamento giovanile nazionale, con successi individuali ed a squadre. E’ bello e gratificante toccare il vertice partendo dal basso! Tutto questo è frutto del lavoro appassionato di tante persone, il più delle volte ignote. L’ unico suggerimento che mi sento perciò di rivolgere al Professor Antonello Baltolu, il “Fondatore” ed il cui nome tante volte non appare neanche nella brochure di presentazione. E’ doveroso che figurino logo e nomi di Autorità (con i loro messaggio) e di Sponsor; utile conoscere coloro che furono i protagonisti delle precedenti edizioni; indispensabile ricordare il regolamento di gara; benemerito citare i Membri del Comitato d’Onore: ma quelli che lavorano, coloro che alla fine fanno tutto, cioè il cosiddetto Comitato Esecutivo, non meritano di essere tramandati ai posteri? Perche sono proprio loro che dal 1973 ad oggi hanno dimostrato di essere tenaci, resistenti alle intemperie di ogni genere, inaffondabili: proprio come il granito ed il sughero della Gallura. Ricordiamolo alla gente

Vanni Loriga Nella foto Roma, Giardini del Quirinale - Vanni Lòriga consegna al Presidente della Repubblica la prima copia del libro ROMA OLIMPICA – La meravigliosa estate del 1960. Al centro il coautore Augusto Frasca, dietro di lui il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta; semicoperto Franco Carraro

1990 -Sono passati oramai vent’anni

da quando vinceva Francesco Panetta

 

Venti anni fa, esattamente il 20 febbraio 1990, per la prima volta partecipava al Cross di Alà, giunto alla XVII edizione, Francesco Panetta, campione del mondo in carica dei 3000 siepi . Da allora nessun altro italiano si è affermato nella grande gara sarda.

Rievochiamo quel giorno e quei tempi con una intervista a colui che fu soprannominato “Il ragazzo di Calabria”. Come dimostra la fotografia che accompagna questo scritto (scattata a Formia nel 1987) non è la prima volta che abbiamo occasione di intrattenerci con Panetta: mi auguro, naturalmente, che non sia neanche l’ultima…

Panetta ha appena compiuto 47 anni, essendo nato a Siderno il 10 gennaio 1963. Attualmente vive e lavora a Milano, responsabile del settore Vendite della Timex, la grande industria statunitense di orologi nata nel 1854 nella Naugatuck Valley, in Connecticut, che vende nel mondo 28 milioni di pezzi. Nel 1900 lanciò il modello Yankee che costava 1 dollaro: praticamente tutti gli americani lo possedevano. Anche il Presidente Obama porta al polso un Timex, il cui modello più noto fra gli sportivi è l’Ironman Triathlon.

Per riassumere la carriera atletica di Panetta ci affidiamo ai ricordi e raccontiamo insieme quale sia stato il suo rapporto con lo sport.

- La prima volta che ti ho visto gareggiare avevi meno di 16 anni. Era l’ottobre del 1978, disputavi il Gran Premio del Mezzofondo (una gara organizzata dal Corriere dello Sport, giornale sul quale scrivevo soprattutto di atletica) arrivando terzo alle spalle di Antiga e di Stefano Mei. Pochi giorni prima Venanzio Ortis aveva vinto i Campionati Europei di Praga. Allora la nostra atletica era ricca di talenti…

- Sono lieto che tu abbia nominato Ortis: fu lui per tanti anni il mio punto di riferimento. Naturalmente non lo era solo per me. Della mia classe erano Mei, Sabia e Materazzi, Antibo aveva un anno più di me, Carosi e Lambruschini erano poco più giovani.

( Questo per fermarci al mezzofondo: nelle altre specialità suoi coetanei, o quasi, erano Tilli, Pavoni, Simionato, Tozzi, Locci, Cosi, Benvenuti, Toso, Bertozzi, Biscarini, Sgrulletti, Arena: una bella infornata.)

- Anche da junior hai sempre fatto la tua buona figura nelle corse campestri.

- Ho partecipato a due edizioni dei Campionati Mondiali di categoria: fui nono nel 1981 a Madrid (ottavo Antibo e 23° Mei) e sesto nel 1982 a Roma (terzo Mei quando per la prima volta vinse un etiope).

- Poi la tua carriera è stata improntata ad un progresso continuo. Debutto in azzurro nel 1982, campione italiano di cross dal 1987 al 1992, titoli tricolori nei 5000 (1988), nei 10.000 (1986), nei 3000 siepi (1985 e 1988). In campo internazionale ti sei tolto enormi soddisfazioni: nei 3000 siepi campione del mondo nel 1987; sempre sulle siepi un oro (1990) ed un argento (1987); argento anche nei 10.000 dei mondiali di Roma. Il tuo successo iridato a Roma fu ottenuto con il tempo di 8’08”57 che 23 anni dopo è ancora record italiano. Quale di queste gare ricordi con più piacere e quale ti ha dato le maggiori soddisfazioni?

- Tutta la mia carriera di atleta mi ha dato enorme gioia. Sono riuscito a fare bene una cosa che mi interessava. Non voglio impegnarmi a stilare graduatorie in una attività che ho amato sempre, nei momenti di maggiore o minore fortuna. L’argento di Stoccarda 1986 fu frutto di entusiasmo ed anche di inesperienza; l’oro di Roma venne programmato con una determinazione feroce. Avevo tutto dentro di me: resistenza, velocità, decisione, capacità di ragionare con freddezza. Avevo in testa una tabella di passaggi giro per giro (e non era facile perché l’Olimpico ha la fossa all’esterno e tutto sembra falsato) che ho rispettato senza cedimenti. Le gare si vincono con le risorse che hai dentro di te e con la volontà e con il raziocinio che ti permette di sfruttarle. Se non hai tutte queste doti, durerai quanto la fiamma di un cerino.

- Qualche ricordo in particolare?

- Il successo agli Europei di Spalato. Non tanto per la vittoria, che doveva dimostrare più agli altri che a me stesso quanto valessi, ma soprattutto per quello che è successo in seguito. Lo sconfitto di quella gara, l’inglese Mark Rowland, anni dopo mi scrisse una lettera che mi ha dato felicità Mi disse che lui, insegnante in una scuola media, proiettava ai suoi allievi il filmato di quella finale e mi indicava come esempio da imitare, di uomo che punta alla vittoria e riesce a conquistarla.

- Veniamo al tuo rapporto con Alà dei Sardi.

- Sapevo di Alà da molto tempo ma inizialmente pensavo che si trattasse di qualcosa di folcloristico, di una specie di sagra di paese. Con il passare degli anni ho capito che la gara era diventata una sorta di campionato del mondo, più importante della Cinque Mulini. Nel 1979 mi allenavo a Fertilia (gli altri, d’inverno, andavano in Africa ma io ho sempre preferito la Sardegna) e mi recai ad Alà come spettatore. Fui conquistato dall’ambiente e quando l’anno successivo mi invitarono fui molto gratificato. Cosa mi piaceva e mi piace ancora di quell’ambiente? La gente, il suo amore per lo sport, l’ospitalità sincera, la passione che anima Antonello. Non si tratta di gente che insegue guadagni o ricompense: sono persone che hanno a cuore la corsa ed i suoi protagonisti. La notte prima delle gare dormii nell’albergo di Buddusò. Si chiama La Madonnina e quando la mattina mi svegliai il paese era immerso nella nebbia: “Vuoi vedere che è tutto un sogno e che sono ancora a Milano…” dissi svegliandomi… Invece spuntò il sole e corsi con la volontà di vincere, Non fu una gara facile, il percorso era misto, gli avversari di ottimo livello. Il motore di Bordin viaggiava ad altissimo numero di giri e nello stesso anno avrebbe vinto a Boston ed agli Europei, Kirochi era reduce da una grande prova nel campionato mondiale di Stavanger. Imposi l’andatura ed al sesto chilometro restai solo. Spinsi sino alla fine: non ho mai risparmiato l’impegno. Fu proprio in quella occasione che Bordin mi propose di trasferirmi alla PAF di Verona, società in cui ho militato per sei anni. La mia carriera, non tutti lo ricordano, è durata in azzurro sino al 1996, cioè per oltre 14 anni. Tornai ad Alà nel 1993 ed arrivai sesto, primo degli italiani, in quella che forse è stata la più grande campestre mai disputata in Italia. Davanti a me si piazzarono Bayesa, Skah, Gebreselassie, Chelimo e Bekila…

- Allora la nostra atletica era molto ricca nel mezzofondo. Abbiamo accennato agli Europei di Stoccarda 1986: tu che eri un grandissimo sui 10.000 metri fosti costretto alla panchina, con il terzetto Mei, Cova, Antibo che andava a presidiare il podio. Anche la tua supremazia nazionale nei 3000 siepi ad un certo momento fu insidiata da Lambruschini, con Carosi che si faceva onore. Tutti ricordiamo che ai Campionati Europei di Helsinki del 1994 ti fermasti per aiutare proprio Lambruschini che era inciampato in una barriera. L’Italia in quella occasione vinse oro ed argento e tu continuasti sino alla fine, ottavo ma primo per fair play..

Come mai allora eravamo così forti ed ora non si vede la luce? Sono spariti i talenti?

- No, anzi penso che potenzialmente ce ne siano ancora più di prima. Mancano invece gli uomini di “buona volontà” che vogliano dare tutto all’atletica. Parliamo dei miei tempi andati: il Presidente nazionale era Nebiolo che lavorava 24 ore su 24 con la passione di un innamorato; lo staff che lo circondava era instancabile ed avrà fatto anche qualcosa di disinvolto ma sempre per troppa passione. Nelle mie società, prima Pro Patria e poi PAF, avevo dei dirigenti che tutto hanno dato e nulla hanno preso dal mondo in cui agivano. E così, dal centro alla periferia, per arrivare sino a quella più decentrata, per approdare proprio nel centro della Sardegna. Personaggi come Antonello ed i suoi collaboratori sono sempre più rari. Diminuiscono loro, cala il valore dell’atletica. Si tratta di un processo inevitabile. Per questi motivi sono felice di ricordare insieme a te, insieme agli amici di Alà dei Sardi, insieme ai miei ricordi il periodo bello in cui tutti davamo il massimo.

-

Vanni Lòriga

 

 

"ALA' VOLA SEMPRE PIU' IN ALTO"

DA VANNI LORIGA

AD ANTONELLO BALTOLU 

Alasport, Trofeo gara di corsa campestre, tra le più originali del calendario agonistico invernale dell’atletica. Viene istituita il 25 marzo 1973, in un piccolo centro della provincia di Olbia-Tempio, Alà dei Sardi, per iniziativa di Antonello Baltolu, sindaco della località. Da gara giovanile di corsa campestre, l’appuntamento crossistico diventa, gradualmente, prima manifestazione di livello nazionale, con affermazioni di G. Dorio, F.Fava, Margherita Gargano, V. Ortis, F. Panetta e Cristina Tomasini, poi di livello internazionale,  ospitando nomi prestigiosi come i campioni olimpici K.Bekele, B; Malinowski, J. Ngugi, Khalid Skah ed i primatisti del mondo Arturo Barrios, Salah Hissou, Tegla Loroupe, P. Tergat. Interrotta dal 2005 al 2007 per difficoltà finanziarie, nel 2008 è stata nuovamente inserita nel calendario agonistico internazionale ed ha visto l’affermazione di Tariku Bekele”.
   Con queste diciotto righe, la nuovissima “garzantina dello Sport”  rende il meritato onore delle armi al classico cross alaese, unica manifestazione sarda ospitata nel prezioso volume (circa 1700 pagine per 6100 lemmi) redatto per  l’impegno e la passione di Claudio Ferretti e di Augusto Frasca.
   Ferretti, ottimo giornalista radio-televisivo, è figlio d’arte in quanto il babbo Mario fu il grande cronista che fra l’altro consegnò all’etere la famosa epigrafe:  “Un uomo solo è al comando della corsa, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi!”; Augusto Frasca proviene dai ranghi degli scrittori d’Atletica e, in una carriera giornalistica ultraquarantennale, il suo talento di storico e di amante dello sport ha toccato i momenti di massimo splendore proprio nel 2008, con questo lavoro enciclopedico e con la pubblicazione di un libro, “La corsa del secolo”, dedicato alla storia ed alla leggenda di Dorando Pietri, saggio che ha meritato il riconoscimento del Premio Bancarella ed il massimo premio nel concorso letterario indetto dal CONI. Frasca, che per lunghi anni è stato il capo ufficio stampa della FederAtletica, ha fatto anche parte del Comitato Scientifico della Enciclopedia Treccani: diciamo che in fatto di sport ogni sua sentenza “fa Cassazione”.
La citazione ai massimi livelli del Trofeo Alasport, puntualmente sottolineata da Enrico Gaviano sulle pagine della “Nuova Sardegna”, ha sicuramente gratificato Antonello Baltolu e tutta la famiglia degli appassionati di Alà dei Sardi, che allo scadere del 2008 hanno riscosso un altro ambito riconoscimento.
   Il sito dell’ARSS (Associaton of road ring statisticians) il giorno 29 dicembre ha infatti aggiornato le sue consuete graduatorie mondiali di ogni tempo. Nella classifiche della corsa campestre, tolte le edizioni dei Campionati Mondiali IAAF (e neanche tutte), svetta su tutte l’edizione 1991 della Cinque Mulini di San Vittore Olona con il Trofeo Alasport del 1993 al secondo posto, distanziato di un’inezia (rispettivamente 995 e 990 punti).
  La gara sarda precede manifestazioni di grandissimo credito, come i Campionati 2003 del Kenia, il cross di Edinburgo 2008, il giapponese Chiba 1981, il cross Italica di Siviglia 1994 e lo Zamudio di Bilbao 1991. Ancora più distanziato il cross del Campaccio di San Giorgio su Legnano, edizione 2000, classificato al 47° posto in classifica generale.
  Il cosiddetto “miracolo alaese” ha ripreso a verificarsi, sempre ai più alti livelli.
  Sono in molti a domandarsi i motivi di questo esaltante fenomeno.
  Nel presentare questa 33^ edizione del  Trofeo ALASPORT – 21° Trofeo del Presidente della Repubblica, ritengo opportuno riassumere per iscritto quanto ebbi modo di dire alla vigilia della precedente edizione.
  Alà dei Sardi  ha fornito allo sport nazionale ispirazione, passione, immaginazione, empatia.
Ispirazione perché ha indicato una strada da percorrere, ispirata alla completezza della formula, che va dalla pratica infantile dell’Atletica sino alla sua espressione più evoluta, quella della Manifestazione a livello mondiale;
Passione, perché in questo processo virtuoso sono state coinvolte tutte le componenti della Comunità, con un entusiasmo che ha mutato il “dovere” di collaborare nel “piacere” di farlo;
Immaginazione, sognando in grande, ma osservando la ferrea disciplina imposta dalle possibilità;
Empatia, vivendo in sintonia  con gli atleti, con i loro dirigenti e tecnici, con i giudici, con  i mezzi di comunicazione, con i volontari dell’organizzazione, con i rappresentanti delle Istituzioni e con gli sponsor di un avvenimento che è diventato, anche ufficialmente, storia.

Vanni Lòriga

 

     Per capire cosa sia la corsa

    ascoltiamo i grandi Poeti

                         

                                                                     di Vanni Lòriga

 

    Piano, piano; passo dopo passo siamo arrivati a festeggiare la trentaduesima edizione del Cross di Alà dei Sardi. E per l’ennesima volta mi accingo a presentare la manifestazione. Lo faccio con piacere, anche se sono in tanti a chiedermi se non mi sia ancora stancato di parlare di atletica.

    Ovviamente, no. Voglio anzi sottolineare che non soltanto non sono sazio di seguire gli eventi atletici (che peraltro vivo con attenzione e partecipazione esattamente dal 14 settembre 1940, giorno in cui fui condotto con  i mei compagni di scuola ad assistere allo Stadio Benito Mussolini in Torino, poi Stadio Comunale, all’ìncontro di atletica Italia – Germania) ma che ho sempre desiderio di scoprire sensazioni e fatti  nuovi legati allo sport.

   Confesso che certe volte fermo la macchina ed accosto al marciapiede per vedere in azione dei giocatori di bocce; che riesco a restare incollato ore ed ore alla televisione per seguire interminabili tappe del Giro d’Italia o del Tour de France; che nel luogo del mio attuale lavoro ( sono addetto stampa della federazione lotta, judo, karate, arti marziali) lascio spesso la scrivania del mio ufficio per trasferirmi nelle attigue palestre dove si allenano alcuni dei più bravi atleti del mondo.

  Lo faccio perché ogni volta vedo gesti nuovi ed imparo altre cose su una attività umana che mi affascina, quella forma di alta cultura che si chiama sport e che postula impegno fisico e mentale;  che richiede scelte tattiche e strategiche  frutto del pensiero; che costringe a dare il massimo di noi stessi. Mi sento quasi smarrito, quando scopro che non sono in grado di indovinare cosa si nasconda nei pensieri di chi fa sport: mi piacerebbe leggere nell’intimo dell’atleta,  percepire le sue motivazioni ed intuire le sue certezze e le sue insicurezze.

  Nulla riesco ad indovinare. Ci vorrebbe sicuramente un poeta!

   Per questo motivo il giorno 20 ottobre di alcuni anni fa ho raccolto i miei pensieri e le mie domande e mi sono trasferito a Firenze, Palazzo Vecchio, Salone dei 500 dove si celebrava il novantesimo genetliaco di Mario Luzi. Perché sono andato da lui? Perché è il Poeta che più di altri ha parlato di sport, entrando dentro il personaggio e interpretando ciò che lo circonda.

E non ho lesinato le mie forze

(narra nella poesia La Valle nella serie “Dal Fondo delle Campagne”)

mi sono spinto sotto il cielo acquoso

chilometri e chilometri, ma visto

non ho visto che pochi alberi, pochi

tralci, grevi, le foglie rilasciate,

prossimi alla rapina che li aspetta.

Per ore ed ore di cammino varie

ed eguali dove niente reca segno

d’amore di possesso di quel che resta

resta come votato ad un saccheggio

o come pronto ad una migrazione

verso altra vita o verso il nulla, a lampi,

a squarci, ho riveduto i grandi e gretti

saldi, asciugati dal sudore, corsi

da grinza a grinza fino alla mandibola

da baleni di astuzia, rifinirsi

sul loro, porre gli occhi sull’altrui,

azzuffarsi per una zolla o un cespo.

 

   Si tratta certo di una allegoria della vita: ma la vita stessa non è il camminare, non è il correre attraverso una campagna, una landa, un territorio che reca le testimonianze della presenza umana? O meglio ancora, come sosteneva Devide Le Breton (Il Mondo a piedi), camminare o correre significa aprirsi al mondo. Senza dimenticare che la specie umana ha “inizio con i piedi”, anche se la maggior parte dei nostri contemporanei se lo scorda, pensando di discendere direttamente dall’automobile se non dal motorino…

   Ebbi modo di parlare con Mario Luzi, gli chiesi se avesse  praticato sport e con serena nostalgia rammentò i  tempi giovanili quando, studente a Siena, correva i 400 metri per la gloriosa Mens Sana.

  Per concludere il nostro dialogo sulle entità segrete dello sport mi confermò che la vera molla per andare sempre avanti, per arrivare ai novanta anni, magari litigando con tutti o almeno con molti, è il non desistere mai dal lavoro intrapreso.  Ricordando soprattutto quanto scrisse mezzo secolo prima, “nell’imminenza dei quarant’anni…”

…e detto questo posso incamminarmi

spedito tra l’eterna compresenza

del tutto nella vita ed nella morte,

sparire nella polvere o nel fuoco

se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.

 

    Nell’imminenza dei quarant’anni ( ed a questo traguardo non si sta forse avvicinando la corsa di Alà?) la cosa veramente importante è proprio verificare che il fuoco duri oltre la fiamma.

    Questa è la verità che ci ricorda il Poeta, la bella favola che vedo sempre reiterarsi nei territori di Alà dei Sardi: e così ho la conferma che faccio bene a non stancarmi mai di assistere al miracolo atletico che ogni volta si rinnova. Esso e’ il frutto  della passione di tanti uomini e di tante donne, che sopravvivono con il loro fuoco alla fiamma che talora langue…

  E con loro voglio partecipare alla continua lotta, a quell’eterna sfida che ci vede “avversi sempre e concordi”, proprio come canta il Poeta, un ragazzo di novanta anni.

   Gli anni sono scivolati leggeri alle sue spalle e verifico che anche tutti noi siamo protesi verso lontani traguardi, trovando nei ricordi delle antiche corse i segni del fluire del tempo. Nell’albo d’oro della nostra gara ci fermiamo proprio alle prime pagine, quelle di una trentina di anni fa. E fra i nomi dei protagonisti spicca quello di Franco Arese. Ora  è il Presidente della Federazione di Atletica Leggera: anche lui di strada ne ha fatta, e non solo metaforicamente. Proprio il 9 marzo del 1975, in occasione del Campionato Italiano di corsa campestre disputato nell’ippodromo romano di Tor di Quinto, venne “ingaggiato” per il cross alaese da Antonello Baltolu. Sempre lui, che  s’era assicurato  anche la presenza di Fava, Cindolo, Zarcone e Tommasini e che per la prima volta era stato intervistato da giornalisti continentali, primo fra tutti quel Salvatore Massara che ci ha lasciato subito dopo i Giochi di Atene e che sempre ha amato il Trofeo Alasport. Anche a lui è dedicata questa trentaduesima edizione della nostra gara, che ha avuto ed avrà infiniti ammiratori. Ne parleremo ancora in futuro.

 

 

 

                               …e la storia continua !

 

In campo atletico Alà dei Sardi non è soltanto il  Trofeo Alasport: è anche molto altro.

E’ notevole il lavoro che quotidianamente Antonello Baltolu svolge quando va “all’allenamento”, sul piccolo altipiano di San Francesco con i suoi ragazzi e  le sue ragazze.  Ha ottenuto risultati eccezionali e tutti ricordano la storia dei primi successi nei Giochi della Gioventù. Partiamo, tanto per muoverci con il piede giusto, dalla Finale Nazionale di corsa campestre svoltasi a Latina nel 1980: nella categoria ragazzi vinse Antonello Cocco. Fu una bellissima edizione dei Giochi: per gli ignari vala la pena di sottolineare come nella categoria allievi si affermò Angelo Carosi e fra gli juniores Stefano Mei, con Francesco Panetta terzo e Salvatore Antibo sesto.

 Aveva  quasi ragione Antonello Baltolu quando dichiarò all’allora Presidente Gianni Gola che l’abolizione dei Giochi della Gioventù avrebbe portato alla morte dell’Atletica!  Ho scritto “quasi” perché fortunatamente sono rimasti ancora alcuni appassionati  animatori…

Per cui torniamo al punto di partenza. Abbiamo parlato di Antonello Cocco ( figlio di Anna Mastinu e di Pasquale, entrambi da Silanus e fra i più preziosi collaboratori nell’organizzatori dell’evento), le cui sorelle Sara e Rossana salirono anche loro sul podio nazionale dei GdG. Buon sangue non mente: adesso c’è Alice Cocco, classe 1995, figlia di Antonello e di Monica Marras, che va fortissimo in campestre.

    E poi c’è il dotatissimo Salvatore Pinna (sempre classe 1995) figlio  del talentuoso Aurelio e fra i più maturi  il  marciatore Alberto Contu (classe 1986), figlio di Pinuccio e di Candida Scanu, anche lei finalista ai Giochi della Gioventù. Alberto è fra i migliori marciatori giovani italiani ( ha già vinto 2 titoli italiani di categoria) e culla un sogno importante da realizzare.

    Il seme sparso a piene mani dà i suoi frutti. La storia atletica di Alà dei Sardi continua…

 

 

 

 

 

 

 
Se hai fatto trenta

devi fare trentuno 

 Domenica 28 marzo, sul classico circuito di 1100 metri con partenza ed arrivo nel Campo Sportivo Comunale di Alà dei Sardi, si disputerà la 31^ edizione del 30° TROFEO ALASPORT - 18° TROFEO  PRESIDENTE  DELLA  REPUBBLICA, gara internazionale femminile e maschile di corsa campestre.

    Nel presentare lo scorso anno la trentesima edizione del  Trofeo, annunciata come ultima di una serie gloriosa nata nel 1973, avevo auspicato, e con me lo avevano fatto tutti coloro che amano l’atletica, che anche  il 2004 potesse vederci ancora una volta tutti raccolti attorno al focolare atletico di Antonio Baltolu per celebrare un rito sportivo che ormai è fra più antichi d’Italia (  meno anziano solo di Cinque Mulini e Campaccio). Nei discorsi di rito non mancarono allora le parole rassicuranti che da sempre siamo abituati a sentire e che, nell’esternare ottimismo, assumono spesso il sapore amaro delle promesse difficili da mantenere. Ma avvertimmo anche, pur con la dovuta prudenza, che la Sardegna tutta si stringeva tutta attorno al Trofeo, tanto da considerarlo suo patrimonio e sperammo che questa sensazione si potesse tramutare in realtà.

  Capimmmo anche, ma questo lo avevamo sempre saputo, che Antonello Baltolu non guardava alla sua e nostra “Manifestazione Internazionale di Cross Maschile e femminile” come ad una espressione del passato ma che la nutriva come una creatura che deve ancora crescere: “ Mi sento ancora giovane di spirito e con la giusta carica” ebbe modo di dirmi ed in quel momento nutrii la certezza che fosse prematuro scrivere la parola fine in calce all’ordine di ar rivo del trentesimo Trofeo Alasport.

    Feci anche affidamento sulle dichiarazioni di Gianfranco Fara, Presidente del CONI Regionale della Sardegna, che fu esplicito nel definire la corsa alaese come da collocare ai vertici delle iniziative sportive dell’Isola, degna pertanto della massima considerazione e meritevole di un sigillo di qualità che le garantisse la luna conservazione.

   Ho sempre pensato che una sorta di “opera d’arte”, come quella realizzata dagli amici operosi, entusiasti e tenaci  di Alà , dovesse essere onorata con qualcosa di molto più e di molto differente di una targa ”in memoria”.

   E voglio soprattutto sottolineare l’importanza e la prevalenza della tenacia: perché ognuno di noi può essere talora entusiasta e talaltra operoso; è difficile, se non impossibile, essere sempre (e per sempre) entrambi.

  Ad Alà ci riescono ed la loro testarda passione ha portato il giusto premio. Perché, come mi dice proprio Antonello Baltolu, “sappiamo di poter fare affidamento sulla sensbilità e sull’appoggio incondizionato dei responsabili dello Sport in Sardegna, a prescindere da chi ricoprirà la carica di Assessore allo Sport”.

   Ci sarà un contributo, sicuramente inferiore a quello delle scorse edizioni, ma  che darà agli organizzatori l’unica dote di cui essi hanno bisogno: la  serenità operativa. E così, anche per onorare i proverbi, “sei hai fatto trenta, non puoi non fare trentuno”.

    La gara viene presentata, come  da consuetudine,  esattamente nove giorni prima  della sua disputa, perciò venerdì 19 marzo, nella sala dei Congressi dell’Hotel Melìa, nel complesso turistico Geo Village che prima dei Campionati Mondiali ospitò per gli allenamenti la Nazionale Italiana di nuoto.

    Costituirà, come al solito, una occasione di rivincita dei Campionati Mondiali di corsa campestre in programma a Bruxelles una settimana prima e perciò, come sempre, gli ultimi contatti con atleti e procuratori si annoderanno negli ultimi sette giorni.

    Si punterà comunque su un “poker” di campioni mondiali: Tirunesh Dibaba (Etiopia) dei 5000;  Berhane  Adere (Etiopia) dei 10.000;  Stephen Cherono (Kenia) dei 3000 siepi; Eliud Kipchoge (Kenia) dei 5000 e sulla ventenne etiopica Sileshi Sihine, bronzo nei 10.000 mondiali.

    Ancora una volta, e non potrebbe essere altrimenti, l’altipiano di Alà vedrà protagonisti gli atleti degli Altipiani dell’Africa Orientale. Lo scorso anno assistemmo affascinati alla dimostrazione di assoluta superiorità di Kenenisa Bekele. Su di lui voglio svelare, per i lettori di questo ormai storico opuscolo, una piccola curiosità. Quando vive in Etiopia, esattamente a Bekoji nella provincia di Arussi, nello stato-regione di Oromia, si allena ai 3150 metri del valico di Karrà. Cioè non lontano dai laghi di Debre Zelyt, che furono abituale sede di allenamento di Abebe Bikila, il più grande maratoneta nella storia dell’aletica mondiale. Ed Alà ospitò, ancora giovanissimo, un semisconosciuto  Gebrselassie, anche lui dell’Oromia.

   Sono  belle storie che arricchirò di interessanti particolari  proprio in occasione della conferenza stampa di presentazione del 19 marzo. Sempre che Antonello Baltolu mi inviti a farlo: ma, come avrete avuto modo di constatare leggendo queste poche righe, il Professore è rispettoso delle tradizioni e, pertanto, conto di esserci. Arrivederci.

 

Vanni Loriga

 

 

 

 DA VANNI LORIGA

                        AD ANTONELLO BALTOLU

 

 

 

Vi raccontiamo il Trofeo Alasport, l’unica vera gara italiana di cross

Riviviamo insieme TRENT’ANNI 

di passione, di storia e di atletica

                        ALA’ DEI SARDI, 25 marzo 2003 - Esattamente 30 anni fa, il 25 marzo1973, Alà dei Sardi ospita la finale provinciale sassarese dei Giochi della Gioventù di corsa campestre: nasce  così il Trofeo Alasport, diventato, in breve tempo, manifestazione internazionale di cross maschile e femminile. In questi trenta anni la gara si tramuta, passo dopo passo, in una classica di assoluto valore mondiale. E’ istruttivo raccontarne la storia.

 

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                           Com’è l’atletica nel 1973? E com’è in quei giorni di fine marzo? Può dare l’idea sottolineare che proprio il giorno successivo al primo cross di Alà, cioè il 26 marzo 1973, un certo Marcello Fiasconaro  stabilisce sulla pista di Stellenbosch il primo dei suoi record italiani sugli 800 metri. A fine giugno dello stesso anno eccolo al primato mondiale del doppio giro di pista, 1’43”7 all’Arena di Milano. Per  festeggiare il trentennale della sua impresa, che resta ancora la migliore prestazione italiana di ogni tempo, Fiasconaro tornerà in Italia dal Sud Africa ove è nato, ove ora vive e lavora. Ed ha deciso di trascorrere qualche giorno in Sardegna e non è escluso che magari faccia anche un salto proprio ad Alà per festeggiare insieme così glorioso e contemporaneo trentesimo genetliaco.

                              Nel 1973 brillano già alte le stelle di Pietro Mennea e Sara Simeoni.  Per molti ragazzi delle attuali generazioni sarà opportuno ricordare che non si tratta solo dei personaggi della canzone di Samuele Bersani “Che vita “ ( “Pietro Mennea e Sara Simeoni, avversari alle elezioni”) o del  Mennea protagonista del futuro film di Andrei Konchalovskij  ma di due fenomenali campioni quasi coetanei (rispettivamente classe 1952 e 1953) che  in seguito vincono, entrambi,  le Olimpiadi e stabiliscono  primati mondiali nelle rispettive specialità, i 200 ed il salto in alto. E siamo così a quota tre primatisti del  mondo di una stessa generazione: vogliamo aggiungerci, tanto per gradire, Maurizio Damilano che già si fa luce e che vince anche lui i Giochi e che presidia, ancora, le tabelle dei record mondiali? E vogliamo dimenticarci della Paola Pigni che l’anno precedente ha  vinto il bronzo olimpico,  che ha esplorato le nuove frontiere del mezzofondo femminile a forza di inconsueti primati del mondo (sui 1500, miglio e distanze maggiori) e che l’anno successivo  è madrina della corsa di Alà? Per farla breve, una grande atletica che è bello rammentare.

                        In questo contesto nasce l’idea del Trofeo Alasport.

 

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                            Di chi il merito di questa idea ? Si tratta di opera firmata e controfirmata dall’autore,

                        Parliamo di Antonello Baltolu, dottore in Belle Lettere, appassionato di archelogia, già sindaco

                        di Alà. Ogni notizia su come maturò la “Cosa” è stata scritta ed è facilmente reperibile, sia consultando il libro “Alà, un paese in corsa” che collegandosi al sito Internet della Società Alasport, ovviamente www.alasport.it

                             E perciò più che elencare informazioni, cronaca e dati cercherò di fornire elementi che servano ad inquadrare l’evoluzione, anno dopo anno, del nostro modo di vivere, dell’atletica mondiale ed italiana, del Cross di Alà.

                            Partiamo quindi e proprio dal 1973. E’l’anno della prima crisi energetica ; in quello storico marzo la lira esce dal “serpente” monetario e subito dopo Agnelli diventa comproprietario del Corriere della Sera insieme ad Angelo Moratti (come si vede, da tempo Juve ed Inter sono alleati in affari ed avversari sul campo di giuoco); cade il II Governo Andreotti (subentra il Rumor IV). Il 28 settembre Enrico Berlinguer conia il concetto di “compromesso storico”: se ne parla molto, si attua praticamente nel 1976 con la “non sfiducia” del PCI all’Andreotti III, ma non ho ancora sentito una definizione letterale del termine che mi soddisfi pienamente (che sia un “compromesso”siamo d’accordo, ma perché storico?)

                              Intanto viviamo comunque in “austerity” (dal 23 novembre è vietata la circolazione  dei mezzi a motore) e la gente riscopre biciclette, pattini a rotelle, il cavallo, le carrozze, il camminare, il correre. Alà precede tutti e diventa così un “Paese in corsa”.

                            Ma  mentre molti si dedicano all’Atletica, questa sta cambiando volto e forse anima.

                            E’ già cominciata  l’era dell’atletica leggera delle materie plastiche, delle lepri, della televisione, dei soldi, dei record ad ogni costo, anche del doping di vario tipo, dei procuratori, proprio come nel la boxe.

                            Mi spiego. Le piste non sono più in terra rossa (si chiamava tennisolite) ma realizzate con i più svariati materiali coerenti. Cambiano perciò spinte, sollecitazioni, tecniche, risultati. I famosi 15 passi fra barriera e barriera nei 400 ostacoli scendono tranquillamente a 13 e qualcuno si avventura ai 12 con gamba alternata. Le aste di bambù sono un lontanissimo ricordo, quelle metalliche idem. Sono ormai in fibra, si provano anche quelle al carbonio e Sergey Bubka rischia di ammazzarsi in un esperimento effettuato a Rieti, con l’attrezzo che gli si frantuma fra le mani.

                            Grandi materassi di gomma piuma accolgono dolcemente gli atleti che cadono di schiena. Con la nascita dello stile Fosbury finisce il salto in alto: provate a superare un muro con quella tecnica, il suo unico impiego pratico viene da noi attuato quando ci sediamo sul letto per andare a dormire.

                             I record vengono macinati come frumento: anche i giavellotti tipo aliante volano più in là dell’ettometro piombando in tribuna. Per scuotere le gare di mezzofondo, condizionate dal tatticismo (invece si dovrebbe correre per vincere, non per fare i primati) si inventa la lepre. Si passa poi dalla lepre “alla lepre della lepre” e poi alla "lepre della lepre della lepre”. Si  toccano vertici sublimi quando chi stabilisce il record mondiale  corre in testa solo l’ultimo metro, quello che conta. Naturalmente le “lepri” vengono pagate per il loro lavoro e così aumenta il giro dei mercenari. La Televisione vuole primati e li vogliono i giornali. Vengono derisi i Campionati del Mondo e poi le Olimpiadi in cui le gare  tornano ovviamente all’antico e le lepri restano a casa. Ci sono superprimatisti del mondo che falliscono i grandi appuntamenti: grazie, non c’è il playmaker…

                            L’atletica diventa così il dominio di poche decine di atleti, sempre gli stessi, che corrono, incassano sempre di più, monopolizzano. Gli altri contano sempre di meno, le sorgenti si inaridiscono. Avevamo cominciato questa storia parlando di Giochi della Gioventù: li hanno uccisi, come fosse l’Uomo Ragno.

                              Le ultime riserve dell’atletica  “d’ antan” restano poche: sono la corsa campestre e l’attività dei giovanissimi.

                              Nel cross non ci sono materiali nuovi, non esistono le lepri, non si può giocare a fare i record:

                        provano a snaturarlo con gare negli ippodromi ma il gioco non riesce del tutto. Per quello amo la corsa campestre: è il ricordo della mia infanzia e della mia gioventù, la primissima esperienza della mia vita atletica (anche io festeggio un bel compleanno, disputai la mia prima gara ufficiale nell’inverno del 1943, cioè 60 anni fa, nella Pineta di Pescara).

                              E parlando dei giovani e giovanissimi, come dimenticare che Antonello Baltolu cominciò allenando i ragazzini alla campestre ed ancora non ha smesso? Che ha vinto le finali nazionali dei Giochi della Gioventù con Antonello Cocco, che ha garantito alla sua piccola comunità atletica altre dieci medaglie nella grande rassegna e che ancora non ha smesso di lavorare, giorno dopo giorno, sulle alture erbose di San Francesco? E questo è ancora più importante della pur grande impresa di aver dato vita ad un ‘opera d’arte che si chiama “ Trofeo Alasport”.  Ed al proposito ritengo interessante riferire  quanto ha scritto il grande amico Augusto Frasca sulla rivista “Spiridon Italia” nella sua  insuperabile rubrica “Fuori tema” ( Spiridon è una pubblicazione  riservata agli amici della vera atletica ed ottenibile gratuitamente richiedendola al direttore Giors Oneto alla Casella Postale 696, 50100 Firenze).

                             “Con la proliferazione incontrollata di eventi – dice Frasca che fu Capo Ufficio Stampa della FIDAL e della IAAF e che fa parte del Comitato Scientifico della Enciclopedia Treccani – con il dilagare d’ingaggi e con l’arroganza dei mercanti di gambe le specialità di lunga distanza su pista rischiano l’asfissia tecnica. Chissà che un giorno un’anima avveduta non voglia in Fidal dare un taglio drastico ad un calendario pletorico, raramente interessante, spesso noioso, imponendo almeno agli organizzatori di impegnarsi nella costruzione di una società che porti venti ragazzi in pista e condizionando a fine stagione il rinnovo della patente organizzativa all’efficacia dei risultati agonistici dei suoi tesserati”.

                              Se questo sano principio venisse adottato, nel calendario italiano probabilmente resterebbe solo il Cross di Alà dei Sardi: forse per  questo motivo l’unica gara di atletica che ancora seguo, ad oltre 11 anni del collocamento in pensione (per vecchiaia, è opportuno precisarlo), è quella di Alà.

 

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                              Anche perché gli amici di Alà hanno sinora resistito ad ogni cosa, alla  inflazione dei costi, alla rarefazione degli sponsor, alla proliferazione della concorrenza. Tutto è diventato più difficile, ai limiti dell’impossibile. Ma lo zoccolo duro degli Alaesi non si è scalfito. Attorno ad Antonello si è stretta, come protettiva corona di foglie di carciofo, dapprima la sua famiglia (Mallena, Gianfranco, Giuseppe ed Abele) e poi la grande Famiglia degli amici. Non li posso ricordare tutti ma voglio correre il rischio di dimenticarne qualcuno: il Trofeo Alasport è, anche e soprattutto, il lavoro e la passione di tanta gente di buona volontà. Come in un filmato ingiallito dal tempo vedo sempre scorrere le figure  di  Don Vittorio Falqui, di Pasquale Cocco, di Mario Carta, di  Nieddu Totoi ( lo ricordiamo come fosse ancora presente) e del figlio Piero, di Giovanni Pigozzi, di Luigi Manca, di Alfredo Corzolu, di Peppino Favoni, di Pietro Marras, di Sebastiano Molinu, di Francesco Porcheddu, di Mario Nieddu, di Gennarfino Corda, di Beppe Dei, di Nanni Nieddu, di Tonina  Meloni, di Celestina Scanu, di Vincenza Corzolu, di Salvatore Doneddu, di Giacomo Baltolu, di Giovanna Erre e di Tonino, di Giuseppe Scanu, di Nanni Nieddu, di Salvatore Pigozzi, di Pietro Doneddu, di Salvatore Nieddu, di Beppe Corda, di Rosina Pinna, di Raffaele Ghisu,  di Pinuccio Contu, Libero Manghino e Mario Gusinu; dei dottori Franco Nieddu e Antonio Pintus e famiglia

     Qualcuno potrebbe dire che avrei fatto prima a ricopiare l’elenco del telefono di Alà: ma l’altro fenomeno assoluto di questa straordinaria corsa è proprio la compatta partecipazione di una collettività in un ambiente come quello della nostra Sardegna, spiccatamente individualista. Quando alcuni anni  fa raccontai di questa avventura umana, sportiva e sociale al mio compaesano Giovanni Antonio Meloni, titolare della cattedra di microbiologia all’Università di Padova (un luminare assoluto) e da giovane, studente in medicina a Sassari, collaboratore proprio per l’atletica nella “Nuova”, egli replicò con una sola,  incredula domanda : “ Tutto questo in Sardegna?”

      Sì, tutto questo in un paese della Sardegna. Con la gente che apre le sue case per ospitare gli atleti, che mette  a disposizione le sue vetture per istituire un ponte continuo fra Aeroporto ed Alà, che si tassa con soldi e con lavoro per realizzare un’idea nata piccola e diventata grandissima.

     Non voglio fornirvi un ulteriore elenco dei campioni che qui hanno gareggiato, i loro nomi  come già detto sono riportati in questa stessa pubblicazione. Voglio solo ribadire un concetto che altre volte ho ricordato: con la corsa campestre Antonello Baltolu ha portato il mondo ad Alà ed ha fatto conoscere Alà nel mondo.

      Io personalmente conobbi Alà nella persona di Antonello esattamente il 2 marzo 1975, giorno del mio compleanno, nell’Ippodromo di Tor di Quinto ove si disputavano i campionati italiani di corsa campestre. Sapevo di lui perché me ne avevano parlato entusiasticamente  sia Paola Pigni che il Professor Manca di Sassari (organizzava il grande Meeting del San Camillo): ma la vera scoperta fu l’impatto con un uomo che era animato dal più fresco e vincente entusiasmo.

      Bene, da allora nulla in Baltolu è mutato. La spinta ideale è  sempre la stessa. Ha superato ogni avversità e qualsiasi ostacolo, è andato avanti per la sua strada.

       Mi dicono però, me lo dice lo  stesso Antonello Baltolu, che questa edizione del Trofeo Alasport potrebbe essere oltre che la trentesima anche l’ultima. Spero di no, esprimo voti perché così non sia.

     Ma di un fatto sono certo: che nessun provvedimento, nessuna difficoltà, nessuna decisione potrà più privarci dei trenta anni che  insieme abbiamo vissuto. Con un sogno che si è trasformato, giorno dopo giorno, in una concreta realtà.

      Un sogno che visse i primi emozionanti momenti presentando al via della corsa prima i nostri più stimati campioni di allora che si chiamavano Arese, Fava, Cindolo, Zarcone, Gabriella Dorio, Cristina Tommasini, Accaputo, Magnani, Ortis,  De Madonna, Marchei, Arena, Margherita Gargano: questo prima di aprire le porte ad una qualificatissima partecipazione straniera. Ho voluto ricordare questi pionieri del  Trofeo Alasport perché sono certo che anche per loro la corsa del Monte Acuto è patrimonio di ricordi, orgoglio di partecipazione, testimonianza di un prodigio della  volontà, della fantasia, della passione, dell’amicizia.

   Se il Cross di Alà non ci  sarà più, tutti ci sentiremo molto più poveri.

   Questo volevo e dovevo dire: anche se mi accorgo, parafrasando Gianni Brera, che proprio nell’occasione in cui  ti trovi a scrivere il “pezzo”della tua vita  incontri le più grandi difficoltà a raccontare tutto quello che ti preme dentro. Forse sarebbe stato più facile e più giusto dire soltanto: “ Amici di Alà, vi voglio bene”.

 

 

 


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